Il primo social network

socialnetwork

Zuckerberg non ha inventato niente, e a ben vedere è solo un principiante. Il primo social network, infatti, è nato duemila e rotti anni fa, e l’ha inventato la Chiesa: si chiama Comunione dei Santi. Ed è di gran lunga il più popoloso, al cui confronto il miliarducolo di iscritti che puó vantare Facebook fa ridere i polli. E non è solo un problema di quantità: Facebook avrà anche raccolto le iscrizioni di persone potenti e famose, ma alla Comunione dei Santi è iscritta gente del calibro di San Carlo, Sant’Ambrogio, Dante, solo per citare quelli con più post. Scusate tanto, ma questa è roba di livello.
Allora mi ci sono iscritto anch’io, giacchè l’iscrizione è aperta e libera, mica devi dimostrare di essere all’altezza. E devo dire che è una cosa davvero dell’altro mondo. La rete che si crea tra i membri – lì la chiamano Comunione – ti permette di non essere più da solo di fronte alla tua vita, ai tuoi errori, ai tuoi desideri: ti mollassero anche tutti gli amici, quelli della Comunione dei Santi non ti mollano di sicuro. Il fatto di partecipare della stessa cosa (la chiamano Chiesa) fa sì che si sia tutti pronti a darsi una mano a vicenda, così che quando uno ha bisogno tutti fanno la loro parte per aiutarlo, e se uno cade o si attarda son tutti lì a tendergli la mano.
E poi, leggiucchiando la lista degli iscritti, ho fatto qualche scoperta interessante. Tipo che ce ne sono alcuni molto ma molto influenti ai “piani alti”, quelli che davvero contano. Gente, per dire, che è già arrivata al cospetto del Capo e da lì mette una buona parola per tutti gli altri che ancora si affannano nel proprio percorso. E tu puoi chiedere gratis un aiutino, una raccomandazione, e anche se poi te ne dimentichi quelli se lo ricordano sempre, e ti aiutano davvero quando hai bisogno (perfino se non ti accorgi nemmeno di avere bisogno).
E l’altra scoperta che ho fatto è che tu puoi fare lo stesso verso gli altri membri, anche se sei una new entry con poca esperienza. Puoi raccomandare altri, puoi invocare l’aiuto per i tuoi amici e anche per gli sconosciuti, e quelli – i membri senior – li aiutano davvero; e poi scopri che hanno aiutato anche te in tempi insospettabili perchè qualcuno ti ha raccomandato quando ancora nemmeno sapevi di questa incredibile compagnia.

Adesso capisco come mai i social network concorrenti cercano in tutti i modi di fare pubblicità negativa alla CdS: se si viene a sapere quanto questa sia più conveniente, rischiano di perdere tutti gli iscritti. E allora mettono in giro strane voci, dicono che se ti iscrivi alla Comunione dei Santi non sei aperto agli altri, dicono che lì si blocca la scienza e che le persone non sono libere. Tutte balle: è solo che sono invidiosi.

Date retta a me, non fatevi fregare: iscrivetevi anche voi alla Comunione dei Santi. È l’uncia cosa di cui abbiamo bisogno per stare in piedi, tutto il resto è fuffa.

Annunci

In coda al furgone

furgoneViaggiando in macchina, non sempre vedi la strada aprirsi davanti a te, a perdita d’occhio, che chiede solo di essere seguita: ci sono delle volte in cui la pioggia, la nebbia o il buio riducono a tal punto la visibilità da rendere quasi impossibile “prevedere” il percorso a più di poche decine di metri. Capita poi che in questa situazione, come se non bastasse, ci si trovi dietro ad un furgone, che – disdetta! – non permette di sbirciare attraverso per vedere cosa c’è davanti a lui.
Non so a voi, ma a me questa situazione ha sempre messo molto a disagio. Perché non vedere com’è la strada davanti, non poter guardare attraverso il veicolo che mi precede, mi dà la sensazione di essere cieco.

Anche la vita a volte è un po’ così: ci sono i periodi in cui ti è tutto abbastanza chiaro, e quelli in cui invece non hai la minima idea di dove la strada stia portando, non riesci a vedere più in là di 20 metri. E mi sono accorto che proprio in quei casi il furgone che ci precede diventa fondamentale, e non un ostacolo. Quando accelera, puoi accelerare anche tu; ma se frena, devi frenare anche se non sai perchè (che fastidio!). Ti devi fidare, affidare, devi seguire quel furgone invece che decidere tu come procedere. Il passo è fatto dal furgone, freni se lui frena, aumenti se lui aumenta. All’inizio può sembrare una seccatura, una riduzione della mia autonomia, ma – fatti due conti – quando c’è la nebbia e non si vede un tubo io preferisco aver davanti il furgone da seguire piuttosto che procedere alla cieca senza nemmeno vedere le curve.

Ecco, la dinamica del furgone andrebbe tenuta presente anche nella vita, soprattutto in quei momenti confusi in cui proprio non ci riesce di vedere con chiarezza come si snodi la strada davanti a noi. In quei momenti, il furgone da seguire diventa l’unica possibilità di non uscire di strada. Anche se seguirlo vuol dire ammetere di non vedere un tubo, anche se seguirlo vuol dire accettare di fare quello che fa lui, anche se non sappiamo perchè, fidandoci del fatto che se frena ci sarà un motivo, per quanto a noi possa sembrare assurda la frenata.

Credo che non dovremmo soltanto ringraziare dei furgoni che in certi momenti ci coprono la visuale e ci “guidano”, ma anche che dovremmo andarceli a cercare, in certi momenti “bui” della vita.
Chissà perchè, invece, abbiamo sempre quella resistenza a farci guidare.

Il biglietto vincente

lotteria
Io la vedo così: ogni giorno, molte volte al giorno, ci viene messo in mano il biglietto vincente della lotteria. Quello vincente sul serio, il primo premio extra-lusso, mica roba da pezzenti. Quello che ci dà più di quanto osassimo sperare, quello che raggiunge l’obiettivo che da soli non eravamo in grado di raggiungere.
E poi accade che per una strana miopia che ci ritroviamo addosso, quel biglietto lo buttiamo.

Quello che ci frega è che quel biglietto l’abbiamo immaginato, pensato, plasmato nella nostra mente fino a convincerci che dovesse essere proprio come l’avevamo pensato noi. E quindi per giorni, mesi, anni, per una vita intera siamo andati alla ricerca di quel biglietto vincente: rettangolare e color verde smeraldo, proprio come ce lo siamo immaginati.
E accade che ad un certo punto quel biglietto ce lo regalano. Oh, è quello vincente, non si scappa. E’ lui, è quello che affannosamente cercavamo. Ed è lì, tra le nostre mani, non dobbiamo nemmeno fare la fatica di raccoglierlo da terra.
Però… mannaggia: non è che sia proprio proprio rettangolare come si deve. Si vede a occhio che è tutto storto, sembra tagliato male, ed è anche un po’ troppo ingombrante per stare comodamente in tasca. Sì, sembra decisamente più un trapezio venuto male che non il rettangolo che ci aspettavamo. Che poi, quello è il meno. Il colore, il colore è il problema. Dovrebbe essere verde smeraldo, è così facile… verde smeraldo. Te lo dico io. E invece cos’è sto giallino smorto che sembra quasi sbiadito? Sarà mica un colore vincente questo? Non ci siamo. Mi sembrava che le specifiche fossero chiare, e anche abbastanza semplici: rettangolare, verde smeraldo. Tutto qui. Direi che proprio non ci siamo, con ‘sta cosa tutta sghemba e per di più giallina. Proprio no.

Via, nel cestino. E da domani ricominciamo a cercare il nostro biglietto verde smeraldo, perfettamente rettangolare.

Magari poi lo troveremo anche, solo che non sarà quello vincente. E dire che ce l’avevamo in mano, il benedetto oggetto delle nostre ricerche. Solo che non era come l’avevamo immaginato. Non era verde, soprattutto. (Però era il vincente). Ma no, il mio biglietto vincente deve essere verde. Non deve essere vincente, deve essere verde. Il vincente giallino non lo voglio, il fatto che sia giallino mi impedisce di credere che sia lui il vincente.

Se però è vero (ed è vero) che in tutte le circostanze della vita c’è il nostro biglietto vincente, e che basta solo tenerlo in mano e non buttarlo via, pensate a quante occasioni ci perdiamo solo perchè abbiamo preventivamente deciso noi quali caratteristiche deve avere la “circostanza positiva”, l’avvenimento buono e giusto per noi. Quanti sforzi inutili a cercare una cosa che è già lì, mille volte al giorno, solo che non è come la pensavamo noi. E non ci proviamo nemmeno, a vedere se per caso non era davvero il top per noi.

Mi sto rendendo conto che preferisco un biglietto vincente orribile e doloroso, piuttosto che un biglietto esattamente come lo speravo io, ma perdente.

Non lo so, ma a me sembra che questo sia il punto che rende la vita semplice e a prova di tutto.