Chi si ferma è perduto

walk

Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
(Gv 15, 18-19)

Questi versetti del Vangelo mi hanno sempre impressionato: quel “non siete del mondo”, detto quasi en-passant, rappresenta infatti per me una delle più limpide chiavi di lettura della vita. Noi siamo in cammino, in questo mondo terreno, diretti ad una meta che ci è stata promessa. E la metafora della vita come cammino è tutt’altro che banale e scontata, perché calza davvero alla perfezione.
Si sente spesso dire, specie dai campioni olimpionici di “mentalità comune” (disciplina talmente di moda da essere quasi obbligatoria nella nostra società), che “quel che conta non è la meta, ma il viaggio”; come a dire: non importa quale sia il fine ultimo del tuo agire, basta che lo vivi al massimo giorno per giorno. Balle. E’ proprio tutto il contrario: quel che conta è la meta e soltanto la meta, e il viaggio è importante nella misura in cui mi avvicina a quella meta cui sto tendendo.
La mentalità moderna ha trasformato la visione dell’uomo da homo viator, ovvero l’uomo che cammina consapevole della sua destinazione e determinato da essa nel suo agire, in un vagabondo che non sa dove va e perché cammina, ma si preoccupa fino alla paranoia di camminare bene. Pensandoci è veramente impressionante come tutto intorno a noi sia finalizzato al comfort del viaggio, nella assoluta irrilevanza della meta.
Mi sembra che questo enorme abbaglio nasca dal non riconoscere ciò che dice il versetto di Giovanni: noi non siamo del mondo. Il principe di questo mondo è un altro, ed è uno al quale non stiamo per nulla simpatici e che si adopera in ogni modo per la nostra distruzione. E quindi, facendo un rapido passaggio logico, dovrebbe essere qualcuno dal quale guardarci bene. Noi camminiamo in un mondo che non è nostro, e il cui principe è contro di noi. Però abbiamo una destinazione, e lì sì che saremo a casa. Stiamo andando verso il massimo nostro godimento, passando per un territorio altrui ed ostile, pieno di insidie nascoste. Ma dobbiamo sfangarla, dobbiamo portare a casa la pelle, perché quello che ci aspetta alla meta è troppo bello per non meritare qualsiasi sforzo.
Il quadro dovrebbe esserci chiaro: territorio ostile, percorso minato, strada impervia, ma la meta è una figata. Quindi occhi aperti, non fidarsi di nessuno, e dritti alla meta senza dar retta agli sconosciuti e senza perdersi in stupidaggini. Abbastanza semplice. E invece siamo talmente babbi che ci facciamo fregare dopo i primi 10 metri.

Ed eccoci qui, tutti quanti, ad attardarci lungo la strada discutendo di cose totalmente irrilevanti o impegnandoci a rendere meno ostile il luogo in cui ci troviamo. E così, chi guardasse dall’alto la strada su cui camminiamo, troverebbe tanta gente che si ferma anni interi per trovare le scarpe più comode, salvo poi non sapere neanche più perché stava camminando. O altri che abbandonano la strada perché hanno visto, dall’altra parte, un laghetto in cui fare pic-nic. E si sono fermati, e non sono più ripartiti da tanto stavano bene. Via via sempre più persone si sono dimenticate dell’esistenza di quella meta così meravigliosa, e si sono convinte che in fondo, con qualche aggiustamento, in quel territorio ostile non si sta così male. E si sono fermati. Qualcuno ha addirittura messo su casa in quel posto orribile, e si preoccupa ormai solo di renderla comoda e accogliente. Il ricordo del viaggio e della sua meta è talmente lontano che si sono convinti di esserselo sognato, e che sia una favola da bambini.
Ed è così che investono il tempo, le energie e le risorse migliori della vita nel rendere meno scomoda la permanenza nel luogo sbagliato, invece di correre più in fretta possibile verso il luogo giusto, quello dove davvero starebbero bene. Il viaggio, da strumento per raggiungere la meta è diventato la meta stessa. E dire che non manca chi lungo la strada non ha perso la bussola e avverte di affrettarsi, di tenere dritto lo sguardo alla meta, di non attardarsi in inutili cosette che – chissà perché – a tutti sembrano invece così importanti (forse le uniche importanti). Qualcuno li deride, qualcuno adduce scuse, qualcuno in tutta onestà è convinto di stare davvero bene dove è. Nonostante il posto freddo, gelido, ostile, in cui prima o poi le cose brutte succedono anche a loro.
E così, al gong finale, chi ha sprecato tempo e distratto energie dall’unica meta si trova fregato. Non è arrivato dove tutto sarebbe stato davvero bello, e nell’illusione di ricrearsi la meta senza fare la fatica di arrivarci si è visto tolto perfino quel piccolo metro quadrato al cui abbellimento ha dedicato inutilmente la vita (la casa, i soldi, la palestra, il lavoro).

Quindi, ragazzi: meno male che ci sono gli intoppi, sia lode agli imprevisti, e grazie al cielo le cose non vanno quasi mai come avremmo sperato. Perché sentire un po’ di freddo in questo cammino non fa altro che ricordarci che non è questo il posto cui siamo destinati, e ci spinge a camminare più in fretta verso il luogo della nostra destinazione. Se avessimo il piumino ultima generazione che ci tiene belli caldi, questo freddo non lo sentiremmo e ci verrebbe forse da pensare che tutto sommato non si sta poi tanto male qui dove siamo.
E meno male che non siamo milionari e non vinciamo alla lotteria, così non ci viene la tentazione di fermarci e mettere su casa in questo luogo ostile. Che poi va sempre a finire che dedichi la vita a rendere confortevole la dimora provvisoria e ti dimentichi che devi affrettarti verso la dimora indistruttibile. Molto meglio arrivare alla meta sanguinanti e stanchi morti, che non arrivarci ma essere belli caldi, tonici e con tutto in ordine.
Quindi, davvero, ringraziamo la Provvidenza quando le cose ci vanno male. I dettagli superflui e insignificanti che non vanno mai nel verso giusto sono la nostra salvezza dal perderci dietro a cose inessenziali. Mai come adesso, chi si ferma è perduto.

O Dio, che unisci in un solo volere chi in Te spera, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.

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