Nuovo blog

Se ci fosse qualcuno che segue questo blog, per quanto in effetti non sia aggiornato da anni, segnalo che si è spostato qui: http://www.disma.blog

Per l’occasione c’è anche un nuovo articolo, anche se questo non significa una ripresa assidua della produzione… Ma non si sa mai!

Annunci

Il primo social network (replica)

socialnetwork

Zuckerberg non ha inventato niente, e a ben vedere è solo un principiante. Il primo social network, infatti, è nato duemila e rotti anni fa, e l’ha inventato la Chiesa: si chiama Comunione dei Santi. Ed è di gran lunga il più popoloso, al cui confronto il miliarducolo di iscritti che puó vantare Facebook fa ridere i polli. E non è solo un problema di quantità: Facebook avrà anche raccolto le iscrizioni di persone potenti e famose, ma alla Comunione dei Santi è iscritta gente del calibro di San Carlo, Sant’Ambrogio, Dante, solo per citare quelli con più post. Scusate tanto, ma questa è roba di livello.
Allora mi ci sono iscritto anch’io, giacchè l’iscrizione è aperta e libera, mica devi dimostrare di essere all’altezza. E devo dire che è una cosa davvero dell’altro mondo. La rete che si crea tra i membri – lì la chiamano Comunione – ti permette di non essere più da solo di fronte alla tua vita, ai tuoi errori, ai tuoi desideri: ti mollassero anche tutti gli amici, quelli della Comunione dei Santi non ti mollano di sicuro. Il fatto di partecipare della stessa cosa (la chiamano Chiesa) fa sì che si sia tutti pronti a darsi una mano a vicenda, così che quando uno ha bisogno tutti fanno la loro parte per aiutarlo, e se uno cade o si attarda son tutti lì a tendergli la mano.
E poi, leggiucchiando la lista degli iscritti, ho fatto qualche scoperta interessante. Tipo che ce ne sono alcuni molto ma molto influenti ai “piani alti”, quelli che davvero contano. Gente, per dire, che è già arrivata al cospetto del Capo e da lì mette una buona parola per tutti gli altri che ancora si affannano nel proprio percorso. E tu puoi chiedere gratis un aiutino, una raccomandazione, e anche se poi te ne dimentichi quelli se lo ricordano sempre, e ti aiutano davvero quando hai bisogno (perfino se non ti accorgi nemmeno di avere bisogno).
E l’altra scoperta che ho fatto è che tu puoi fare lo stesso verso gli altri membri, anche se sei una new entry con poca esperienza. Puoi raccomandare altri, puoi invocare l’aiuto per i tuoi amici e anche per gli sconosciuti, e quelli – i membri senior – li aiutano davvero; e poi scopri che hanno aiutato anche te in tempi insospettabili perchè qualcuno ti ha raccomandato quando ancora nemmeno sapevi di questa incredibile compagnia.

Adesso capisco come mai i social network concorrenti cercano in tutti i modi di fare pubblicità negativa alla CdS: se si viene a sapere quanto questa sia più conveniente, rischiano di perdere tutti gli iscritti. E allora mettono in giro strane voci, dicono che se ti iscrivi alla Comunione dei Santi non sei aperto agli altri, dicono che lì si blocca la scienza e che le persone non sono libere. Tutte balle: è solo che sono invidiosi.

Date retta a me, non fatevi fregare: iscrivetevi anche voi alla Comunione dei Santi. È l’uncia cosa di cui abbiamo bisogno per stare in piedi, tutto il resto è fuffa.

Full HD

full-hd

Non per vantarmi, ma io nella vita c’ho l’alta definizione.
Dico sul serio. Me ne accorgo in un numero sempre maggiore di frangenti, in cui vedo altre persone con la vista molto più corta della mia, che arrancano nel cercare di mettere a fuoco cose che a me appaiono nitide. Che cercano di intuire un po’ a tentoni cose che io vedo distintamente, e delle quali anzi colgo dettagli che loro non possono nemmeno vedere, loro che non c’hanno l’HD. Loro cercano di inquadrare macchie confuse di colore, dove io vedo oggetti precisi inseriti in un quadro organico, prospettico, con un senso. Loro devono intuire, lavorando anche un po’ di immaginazione, mentre io vedo.
OK, non ho da vantarmene, giacché l’HD non me lo sono conquistato ma me l’hanno regalato. Però ce l’ho, e riconosco che mi fa oggettivamente vedere meglio, senza falsa modestia.

Il mio HD si chiama fede, ed è una cosa che cambia la vita da così a così (e il fatto che “così” e “così” in italiano si dica nello stesso modo complica orrendamente le cose, come direbbe Guccini).
La fede, nella sua semplicità, ti permette di vedere le cose per quello che sono, ti permette di inquadrare i problemi nel loro contesto reale, ti permette di vedere o almeno di intravedere dove le cose vanno a parare. Ti evita insomma quella penosa attività di inventarti il tuo punto di vista basandoti su quelle poche macchie sfocate di cui è composta una visuale senza fede. Ti rende semplici cose altrimenti indecifrabili, dal momento che vedere i dettagli rende tutto molto più comprensibile e ti permette di essere realistico. E ti fa anche godere di più, un po’ come vedere in una foto una macchia grigia oppure vederci il Duomo di Milano con tutte le sue guglie e le sue vetrate.
E soprattutto, ti rende le cose talmente semplici da farti stupire di come tanta gente debba ingarbugliarsi il cervello per ridefinirle o per imporre a tutti la loro descrizione di qualcosa che non vedono. Gente che addirittura deve scrivere delle leggi per dire (o imporre) come stanno le cose, quando invece basterebbe guardarle.
Certo, per vederle bene serve l’HD, ma se non ce l’avete cercate di procurarvelo invece di farci credere che sia inutile, irrilevante o addirittura dannoso, cercando di convincerci che in fondo staremmo meglio senza. Col piffero. Chi ha visto le cose in HD non si sogna certo di liberarsene per tornare a vedere in maniera confusa, mentre chi non ha mai guardato il mondo in alta definizione non ha idea di cosa si sta perdendo.

Mi sa che in questo periodo storico quel che più disperatamente serve al mondo è un po’ di alta definizione.

Siamo tutti un po’ podalici

ecografia

Recentemente ho avuto la ventura di assistere ad un parto cesareo. Cioè, non è che passassi di lì per caso: effettivamente stavano facendo nascere mio figlio.
Tant’è che mi sono reso conto di una cosa a cui non avevo mai pensato: per il bambino la nascita tramite cesareo è un fulmine a ciel sereno, una cosa che lo coglie completamente impreparato. Invece di tutto il processo, lungo molte ore, nel quale la natura lo prepara a cambiare ambiente, nel caso del cesareo lui è lì bello tranquillo e ad un certo punto arriva uno che gli scoperchia la casa e lo tira fuori ex-abrupto, quasi con violenza, verso un mondo dove tutto gli è estraneo e dove tutto, dal mangiare al respirare, è maledettamente scomodo e complicato. Non ho ancora avuto l’opportunità di chiederglielo, ma credo che debba essere stata una terribile seccatura.
Poi però ho pensato a come una cosa banale come il parto cesareo sia in realtà ciò che fa sopravvivere un bambino che – per un meccanismo naturale che si è inceppato – di suo sarebbe morto. Il discrimine tra morire e vivere: mica roba da niente.

Ecco, mi sembra che questa dinamica accada molte volte nella nostra vita. Centinaia di volte siamo podalici, siamo in una posizione sbagliata che non ci permette di vivere. Siamo girati sbagliati. E – grazie al cielo – prima o poi arriva un chirurgo che ci fa violenza, e senza chiedere il nostro parere scoperchia il nostro orizzonte, genera una rottura e ci tira fuori, causando una terribile seccatura e un istintivo rifiuto. Eppure, proprio quella mossa è ciò che ci salva dalla nostra posizione sbagliata.
Non fa differenza che il chirurgo sia un amico che irrompe nel nostro guscio protettivo, un evento che ci sconvolge la vita o una circostanza triste e dolorosa che ci obbliga a cambiare prospettiva: quel che importa è che queste cose accadono, e che dobbiamo essere grati quando accadono. Anche la più terribile. Perché anche il chirurgo più brutto, col fiato puzzolente e le mani che tremano, alla fine fa la differenza tra chi nasce e chi no.

Bisognerebbe ricordarselo più spesso, in sede di lamento verso le persone o le cose della vita che istintivamente non ci vanno a genio.

Disma

disma

Questa storia del buon ladrone che finisce dritto in Paradiso è uno degli episodi più confortanti di tutto il Vangelo. Cioè, pensateci un attimo: il primo ad andare in Paradiso (o almeno, il primo di cui siamo sicuri) è stato uno che fino a dieci minuti prima aveva rubato e ammazzato in allegria. Un criminale, un farabutto, un immorale, uno – per intenderci – che i bookmakers di allora davano in Paradiso 1 a 50mila. Eppure… zac: dritto dritto, senza nemmeno farsi il Purgatorio.
Ogni volta che ci penso, mi siedo un secondo e tiro un sospiro di sollievo: c’è speranza anche per me.

Ma cosa ci dice la storia del buon ladrone? La prima evidenza è che non è mai troppo tardi per dire il nostro sì, che Dio ci aspetta fino all’ultimo secondo, e perdona perfino una vita di peccati se ci abbandoniamo a Lui. Ma mi pare che Disma ci insegni anche una posizione buona non solo per il sì in zona Cesarini, ma anche per la vita intera.
La differenza tremendamente sostanziale tra il ladrone di destra e quello di sinistra è stata proprio nella posizione di Disma di fronte a Gesù: mentre l’altro lo sfida quasi risentito, come facciamo noi ogni giorno dicendo “se sei Dio, se ci sei davvero, dimostramelo, e dammi quello che voglio io” (per lui era di tirarlo giù dalla croce, per noi sono le mille stupidaggini quotidiane delle quali ci lamentiamo e sulle quali pretendiamo di fondare la dimostrazione che Dio non ci ascolta), per Disma la posizione è stata l’opposto. Lui non ha detto “se sei Dio dimostramelo facendo come ho in testa io”, ma l’ha semplicemente riconosciuto. E da quel riconoscimento gli è venuta l’intuizione con la quale si è messo in saccoccia la vita eterna: “Tu che sei Dio” (ecco il riconoscimento, non il dubbio) “… ricordati di me”.

Cioè: non “fai quello che ti chiedo”, non “fammi andare le cose come dico io”, ma “fammi stare con Te”.
Disma non ha chiesto a Gesù cose ormai del tutto irrilevanti, ma gli ha domandato l’unica cosa che davvero valeva.
E così ha vinto, anzi direi che ha stravinto.

Quaresima: perché io valgo

crocifisso

Bisognerebbe imparare a contemplare di più il Crocifisso, cosa che peraltro in Quaresima dovrebbe anche esserci più facile. Cristo in croce è ciò che ci dice che cosa siamo; guardare Cristo in croce ci permette di capire noi stessi. Perché in quell’immagine è racchiusa la verità più profonda, più sconvolgente e in assoluto più chiarificatrice del nostro essere: io valgo la vita di Cristo. Valgo la vita di Dio.
A me questa cosa fa impressione. Io sono uno per cui è valsa la pena che Dio morisse; e non mi sembra che Dio faccia le cose senza ragione. Quindi deve esserne proprio valsa la pena.
Oltre l’avermi creato, oltre l’essersi incarnato, oltre a tutti i miracoli piccoli e grandi fatti per me, Dio ha ritenuto che valesse la pena di morire per me. Io valgo la Sua vita.

Non so a voi, ma questo introduce in me un modo di guardare a me stesso del tutto nuovo, perché questo mio valere la vita di Dio mi carica di una responsabilità oltre ogni immaginazione. Dio in persona è morto per me: e io cosa ne faccio di tanta grazia? Non posso più nè illudermi di rispondere a me stesso della mia vita, nè tantomeno lamentarmi di qualcosa. Anzi, a questo punto devo dimostrare che ne sia valsa davvero la pena, di morire per me. Non posso mica sprecare una cosa così grossa.

Seconda considerazione, più difficile da accettare ma altrettanto sconvolgente, è il fatto che anche il mio prossimo vale la vita di Dio. Proprio quel rompiballe, quell’immorale, quella persona di cui non salverei nulla. Ecco, proprio per quello lì Dio ha valutato che valesse la pena di morire.
Uno dei due non ci ha visto giusto. E non credo che sia Dio.

Chi si ferma è perduto

walk

Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia.
(Gv 15, 18-19)

Questi versetti del Vangelo mi hanno sempre impressionato: quel “non siete del mondo”, detto quasi en-passant, rappresenta infatti per me una delle più limpide chiavi di lettura della vita. Noi siamo in cammino, in questo mondo terreno, diretti ad una meta che ci è stata promessa. E la metafora della vita come cammino è tutt’altro che banale e scontata, perché calza davvero alla perfezione.
Si sente spesso dire, specie dai campioni olimpionici di “mentalità comune” (disciplina talmente di moda da essere quasi obbligatoria nella nostra società), che “quel che conta non è la meta, ma il viaggio”; come a dire: non importa quale sia il fine ultimo del tuo agire, basta che lo vivi al massimo giorno per giorno. Balle. E’ proprio tutto il contrario: quel che conta è la meta e soltanto la meta, e il viaggio è importante nella misura in cui mi avvicina a quella meta cui sto tendendo.
La mentalità moderna ha trasformato la visione dell’uomo da homo viator, ovvero l’uomo che cammina consapevole della sua destinazione e determinato da essa nel suo agire, in un vagabondo che non sa dove va e perché cammina, ma si preoccupa fino alla paranoia di camminare bene. Pensandoci è veramente impressionante come tutto intorno a noi sia finalizzato al comfort del viaggio, nella assoluta irrilevanza della meta.
Mi sembra che questo enorme abbaglio nasca dal non riconoscere ciò che dice il versetto di Giovanni: noi non siamo del mondo. Il principe di questo mondo è un altro, ed è uno al quale non stiamo per nulla simpatici e che si adopera in ogni modo per la nostra distruzione. E quindi, facendo un rapido passaggio logico, dovrebbe essere qualcuno dal quale guardarci bene. Noi camminiamo in un mondo che non è nostro, e il cui principe è contro di noi. Però abbiamo una destinazione, e lì sì che saremo a casa. Stiamo andando verso il massimo nostro godimento, passando per un territorio altrui ed ostile, pieno di insidie nascoste. Ma dobbiamo sfangarla, dobbiamo portare a casa la pelle, perché quello che ci aspetta alla meta è troppo bello per non meritare qualsiasi sforzo.
Il quadro dovrebbe esserci chiaro: territorio ostile, percorso minato, strada impervia, ma la meta è una figata. Quindi occhi aperti, non fidarsi di nessuno, e dritti alla meta senza dar retta agli sconosciuti e senza perdersi in stupidaggini. Abbastanza semplice. E invece siamo talmente babbi che ci facciamo fregare dopo i primi 10 metri.

Ed eccoci qui, tutti quanti, ad attardarci lungo la strada discutendo di cose totalmente irrilevanti o impegnandoci a rendere meno ostile il luogo in cui ci troviamo. E così, chi guardasse dall’alto la strada su cui camminiamo, troverebbe tanta gente che si ferma anni interi per trovare le scarpe più comode, salvo poi non sapere neanche più perché stava camminando. O altri che abbandonano la strada perché hanno visto, dall’altra parte, un laghetto in cui fare pic-nic. E si sono fermati, e non sono più ripartiti da tanto stavano bene. Via via sempre più persone si sono dimenticate dell’esistenza di quella meta così meravigliosa, e si sono convinte che in fondo, con qualche aggiustamento, in quel territorio ostile non si sta così male. E si sono fermati. Qualcuno ha addirittura messo su casa in quel posto orribile, e si preoccupa ormai solo di renderla comoda e accogliente. Il ricordo del viaggio e della sua meta è talmente lontano che si sono convinti di esserselo sognato, e che sia una favola da bambini.
Ed è così che investono il tempo, le energie e le risorse migliori della vita nel rendere meno scomoda la permanenza nel luogo sbagliato, invece di correre più in fretta possibile verso il luogo giusto, quello dove davvero starebbero bene. Il viaggio, da strumento per raggiungere la meta è diventato la meta stessa. E dire che non manca chi lungo la strada non ha perso la bussola e avverte di affrettarsi, di tenere dritto lo sguardo alla meta, di non attardarsi in inutili cosette che – chissà perché – a tutti sembrano invece così importanti (forse le uniche importanti). Qualcuno li deride, qualcuno adduce scuse, qualcuno in tutta onestà è convinto di stare davvero bene dove è. Nonostante il posto freddo, gelido, ostile, in cui prima o poi le cose brutte succedono anche a loro.
E così, al gong finale, chi ha sprecato tempo e distratto energie dall’unica meta si trova fregato. Non è arrivato dove tutto sarebbe stato davvero bello, e nell’illusione di ricrearsi la meta senza fare la fatica di arrivarci si è visto tolto perfino quel piccolo metro quadrato al cui abbellimento ha dedicato inutilmente la vita (la casa, i soldi, la palestra, il lavoro).

Quindi, ragazzi: meno male che ci sono gli intoppi, sia lode agli imprevisti, e grazie al cielo le cose non vanno quasi mai come avremmo sperato. Perché sentire un po’ di freddo in questo cammino non fa altro che ricordarci che non è questo il posto cui siamo destinati, e ci spinge a camminare più in fretta verso il luogo della nostra destinazione. Se avessimo il piumino ultima generazione che ci tiene belli caldi, questo freddo non lo sentiremmo e ci verrebbe forse da pensare che tutto sommato non si sta poi tanto male qui dove siamo.
E meno male che non siamo milionari e non vinciamo alla lotteria, così non ci viene la tentazione di fermarci e mettere su casa in questo luogo ostile. Che poi va sempre a finire che dedichi la vita a rendere confortevole la dimora provvisoria e ti dimentichi che devi affrettarti verso la dimora indistruttibile. Molto meglio arrivare alla meta sanguinanti e stanchi morti, che non arrivarci ma essere belli caldi, tonici e con tutto in ordine.
Quindi, davvero, ringraziamo la Provvidenza quando le cose ci vanno male. I dettagli superflui e insignificanti che non vanno mai nel verso giusto sono la nostra salvezza dal perderci dietro a cose inessenziali. Mai come adesso, chi si ferma è perduto.

O Dio, che unisci in un solo volere chi in Te spera, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.